E io che mi pensavo

Non ci sarà da urlare al destino

giovedì 2 settembre 2010

C’era una bambina seduta su uno di quei giochi un po’ da baraccone, uno di quelli in cui metti la monetina e loro si muovono, emettono luci e suoni, e la bambina lo cavalcava felice come fosse stata su un pony; la mamma, a pochi passi, guardava nel vuoto, con un espressione che non saprei dire, ma certo non felice, forse aveva dei pensieri, forse anche lei stava pensando che la sua bambina stava cavalcando un aeroplano, e neanche un aeroplano qualunque, ma una replica parodistica di un Lockheed F-117 Nighthawk, e magari se lo stava dicendo anche lei che il Lockheed F-117 Nighthawk è un aereo stealth, fatto per essere invisibile, e con tutte quelle luci e suoni, come si faceva, a essere invisibili, e forse il suo sguardo era uno sguardo perplesso, come il mio, che passavo di lì, e le guardavo, mamma e bambina, con il loro aereo militare, che avrebbe dovuto essere invisibile, ma con tutto quel casino, come si faceva.

Mentre passavo di lì, per puro caso (e infatti si vedrà che non ci sarà da urlare al destino o alla coincidenza, visto che quel che segue non c’entra un fico con l’aereo, la donna e la bambina, e si potrà quindi dire tranquillamente che il caso fa le cose a caso, proprio come sarebbe opportuno che facesse) stavo leggendo un libretto, l’Album fotografico di Giorgio Manganelli, in cui a un certo punto la figlia di Manganelli, Lietta Manganeli, dice che loro di famiglia non sono ebrei, però qualcosa c’è, non sono ebrei, però l’aspetto fisico la tradisce, una certa origine ebraica, e anche nella nonna, fervente cattolica, c’erano caratteristiche che svelavano certe radici; e poi, dice la Manganelli, che in famiglia c’è sempre stata quell’abitudine tipicamente ebraica di parlare con Dio come se fosse il cugino e di dirgli: vado un attimo di là, mi guardi l’arrosto?

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A farcela

mercoledì 1 settembre 2010

Dai dai, mi dicevo, dai che anche stavolta la sfanghiamo. (La sfanghiamo, mi dicevo) Dai che ce la facciamo. (Ce la facciamo, mi dicevo) Ma quel libro era scomparso, non c’era più, non si trovava da nessuna parte. Era sparito. Eppure era proprio lì, son sicuro. O forse no, forse era lì, vicino a quell’altro, però forse era lì una volta, nella vecchia libreria, e magari nella nuova libreria io me lo immagino solo, che sia lì, vicino a quell’altro, e invece no, magari in quella libreria non c’è mai stato, magari è ancora in uno scatolone, chi lo sa, magari in garage. (Porca miseria, mi dicevo) Mi serviva quel libro lì per darmi uno scrollone (che a volte mi sento che mi basti leggere due righe, mezza pagina, due pagine di un libro specifico per darmi uno scrollone, darmi l’ispirazione che mi fa andare avanti tutta la giornata), mi serviva proprio quel libro lì, e tutti i libri che ci son nella libreria adesso diventano insignificanti. Come faccio adesso? (mi dicevo: come faccio adesso?) Come la sfanghiamo? Ce la facciamo, dopo lo troviamo, e la sfanghiamo.

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Casa è anche il nome che gli dai

giovedì 26 agosto 2010

Ogni tanto scopro qualche nome di città degli Stati Uniti che mi ricorda il nome di qualche città che conosco, e mi provoca sempre un moto di compassione, pensare a quando gli immigranti in America si insediavano su qualche terreno nuovo e gli davano un nome che gli ricordava la terra che avevano lasciato. Sei partito con poche cose, forse con niente, e sei arrivato in un posto dove non c’è niente (a parte qualche pellerossa, spesso, ma questo è un altro discorso), e lì cominci a costruire qualcosa, e gli dai il nome del posto da cui sei partito. È casa, e lo diventa anche per il nome che gli dai. Ci sono tanti posti, negli Stati Uniti ma non solo, che si chiamano come posti dell’Europa, dal New England a New Amsterdam/New York, alle tante Venice, alle Florence, fino alle piccole città, e qualche tempo fa ho avuto notizia che esiste anche una Cuneo, in California. Sono andato a cercare qualche notizia con i moderni mezzi tecnologici, ho guardato le foto via satellite, e ho scoperto che Cuneo, in California, è un insediamento che compariva ancora nelle mappe del 1929, e se lo guardi adesso è una strada, una strada circondata da dei campi, e null’altro. Questo vuol dire qualcosa, ma non sono sicuro di voler scoprire che cosa.

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Diventar francese

mercoledì 25 agosto 2010

Stamattina mi son svegliato che saran state le cinque e qualche cosa. Eran quasi le sei quando alla fine mi son alzato, non ce la facevo più. La sete, la fame. Ho fatto colazione, e poi mi son messo sul divano a leggere un libro. Mi son svegliato che eran le otto.

Non lo faccio mai, ho fatto una seconda colazione al bar. Croissant alla crema e caffè. Non so come ma mi son trovato infilato in una conversazione che parlava di vincite al superenalotto. Dicono che ci sono centinaia di milioni di euro in palio, qualcuno dice che gliene basterebbe anche solo uno. Io dico magari un paio, una casetta senza pretese in costa azzurra, e tutto il resto per mantenersi. Qualcuno dice eh, una casetta per i weekend, ma io dico quali weekend, non ci sarebbero più, i weekend, sarebbe sempre domenica. Un altro dice magari poi torneresti qua per le vacanze, ti chiederebbero come mai non ti si vede più in giro, tu risponderesti che ormai abiti stabilmente in costa azzurra, e loro ti direbbero ah, sei diventato francese.

M’è venuto in mente che l’altro giorno mi sembrava di avere dei fiorellini nella pancia, dei fiorellini che ogni tanto sbocciavano in bolle di sapone che girovagavano per la città per la gioia di grandi e piccini, delle bolle di sapone che a un certo punto sarebbero esplose con il loro profumo di fiorellini.

Non lo so cosa c’entra, ma vincere al superenalotto per poi diventar francese, all’improvviso mi è sembrata una ben magra vittoria.

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Gavdio et tripvdio

lunedì 23 agosto 2010

Oggi si ricomincia a lavorare. Oggi finisce tutto. Mai più uccellini cantanti, mai più lunghe scampagnate, mai più grigliate, mai più giornate passate a rosolarsi al sole finendo libri, mai più bagni nel mare azzurro, mai più cavalcate, mai più corse a chi arriva per primo in cima alla montagna. Oggi comincia l’autunno, l’autunno della vita, e quest’estate non ho fatto nessuna delle cose che ho scritto. Ma è un simbolo. Tornare al lavoro significa che nulla di tutto ciò è più possibile, che la nube ci sovrasta, e un lungo inverno è alle porte. La distruzione totale dell’umanità è imminente, non c’è niente da dire e non c’è niente da fare, finisce l’estate e domani è Natale, i regali, l’amicizia, il piumone, gote rosse e un grog davanti al caminetto. E dopodomani è primavera, e fiorellini e amore, e spensieratezza e gioia.
(Vedi, a volte scrivere ti cambia l’umore.)

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Cordicella

mercoledì 18 agosto 2010

Ieri sera m’è venuta in mente quella volta che ero in una casa di riposo a trovare una lontana parente, ero dovuto andare in bagno e dopo che avevo finito avevo tirato la catenella, che in realtà era più una cordicella che una catenella, poi mentre uscivo dal bagno erano arrivate due infermiere tutte trafelate, chiedevano cos’era successo, e niente, dovevo aver sbagliato qualcosa.
M’è venuto in mente ieri sera perché stavo per ripeterla uguale.

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Al posto della faccia (un raccontino da spiaggia)

giovedì 12 agosto 2010

Quella notte il presidente aveva dormito male, anzi malissimo. Aveva dormito da solo, e lui, lo sapevano tutti, non amava dormire da solo. Gli piaceva il conforto di una qualche presenza femminile, ma quella sera non aveva trovato nessuno. Aveva dormito male, anzi malissimo. Si era rigirato nel letto per tutta la notte, aveva dormito in posizioni inconsuete, tanto che, la mattina, quando si era svegliato, si era trovato come rimescolato, come se le parti del suo corpo si fossero ricomposte a caso, dopo essersi sparse nel letto. Non tutte. Sembrava quasi normale, salvo un piccolo scambio. Si era svegliato con la faccia al posto del culo e il culo al posto della faccia. Lì, in mezzo alla testa, invece di avere la bocca gli occhi il naso, aveva il culo. E gli occhi la bocca il naso erano finiti là sotto, là dietro. Si era guardato allo specchio e era impallidito. Riusciva a vedersi normalmente, stando in piedi, come se gli occhi fossero ancora lì al loro posto, come se il cambiamento fosse solo estetico e non funzionale, ma di questo non si preoccupava, questa è una cosa di cui possiamo preoccuparci noi che lo vediamo da fuori, con quel certo distacco che si ha quando le cose non ci riguardano personalmente. Ma proviamoci, a metterci nei suoi panni. Il suo primo pensiero era stato una parolaccia, il suo secondo una domanda. Cosa cazzo è successo? Il terzo un’altra domanda. Come faccio? Aveva pensato che così non poteva far più nulla, non poteva più andare in giro a presiedere, non poteva più andare a arringare gli elettori del suo partito, non poteva più andare in televisione, lui, che con la televisione aveva costruito il suo impero politico e economico. Aveva chiamato la sua segretaria e le aveva detto di far venire subito il suo dottore in camera sua, e di non far entrare nessun altro; lui, diceva, non ci sarebbe stato per nessuno fino a nuovo ordine. Quando il dottore era arrivato, l’aveva visitato, ma, diceva, non c’era nulla da fare. Nel pomeriggio il dottore era ritornato, aveva consultato un po’ di documentazione per verificare se c’erano precedenti ma niente, non c’erano precedenti, e non c’era niente da fare. Aveva chiamato un suo collega, un professore americano molto stimato, che era arrivato appositamente su un jet privato, ma niente, neanche lui aveva mai visto niente di simile. Il presidente, quando erano ormai passati tre giorni dalla metamorfosi, aveva deciso di chiamare i suoi tre consiglieri politici. Li aveva fatti avvertire al telefono dalla segretaria, gli aveva fatto dire che il Presidente era malato, e che il suo aspetto non era piacevole. Il Presidente si era vestito di tutto punto, con il suo doppiopetto blu, la camicia azzurra e la cravatta, si era pettinato i radi capelli che incorniciavano quella che un tempo era la sua faccia. Subito, appena entrati, i consiglieri sembravano un po’ spaventati dal cambiamento. Poi, sembravano comportarsi normalmente. Minimizzavano. Dicevano, il popolo è più intelligente di così, il popolo la apprezzerà anche con questo piccolo cambiamento estetico. Dopo qualche piccolo test tra persone fidate, il Presidente si era tranquillizzato. Si sentiva pronto a affrontare il popolo, la folla, la televisione, proprio come prima. Così, si era fatto organizzare una conferenza stampa, dove avrebbe parlato degli ultimi provvedimenti del governo, e anche del suo cambiamento, avrebbe detto che il Presidente era un uomo come tutti, e che la natura funziona ugualmente con tutti, e che lui era uno di noi, con i problemi e le angosce di tutti noi, con i malanni, le sfighe e le gioie dell’uomo comune, e noi ci saremmo sentiti un tutt’uno con lui, e lo avremmo votato e rivotato. Ma non ce ne era stato bisogno. Né tra i giornalisti, né tra gli spettatori, nessuno si era accorto di nulla, e neanche adesso, dopo molti anni, nessuno, tranne i suoi più stretti collaboratori, si è accorto che il Presidente ha qualcosa di strano, al posto della faccia.

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Brescia

lunedì 9 agosto 2010

Ieri sono passato a Brescia. Brescia, la leonessa d’Italia, eccetera. Cioè, non è che ci sono passato, diciamo che ho visto l’uscita dell’autostrada, e il cartello che diceva Brescia. Pur non essendoci mai stato, ho un bel ricordo, di Brescia. Riguarda una canzone, uno strumentale, che a un certo punto si fermava, e c’era una voce che diceva Brescia. Quante volte mi son trovato a imitare quella voce, negli anni, quante volte dal nulla mi son sentito dire Brescia, con quella voce lì, strascicata, che c’era in quel punto di quella canzone lì. E questo è il mio ricordo di Brescia, anche se poi ho scoperto che la canzone, in realtà, diceva Pressure.

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L’aria di Cuneo

venerdì 6 agosto 2010

Pensavo, mentre ero in giro, pensavo che volevo scriver qualcosa sul blog, poi non mi veniva in mente niente. Non mi veniva in mente niente né a Campagnola, né a Castagneto, né a Cesena, né a Rimini, né a Punta Marina, né a Forlì, né a Pescara. Niente. Forse è l’aria, mi dicevo, forse è l’aria di Cuneo che mi manca, mi chiedevo cos’avessero in comune tutti questi posti, che mi inibiva la scrittura, e ho pensato fosse che non erano Cuneo, e in effetti poi l’ho incontrata, della gente che mi chiedeva come mai non aggiornassi il blog, con tutti quegli strumenti informatici complicatissimi che mi porto dietro, e io gli dicevo che io non posso, non ce la faccio a scrivere, se non a Cuneo. Poi non lo so se è vero, però come risposta, mi dicevo mentre ci pensavo, come risposta è mitopoietica, il non poter scrivere senza sentir l’aria di Cuneo.
Poi l’altro ieri son venuto a Cuneo non riuscivo a scriver niente neanche a Cuneo.

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Arrota parole

giovedì 29 luglio 2010

È arrivato l’arrotino.
Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto!
Donne è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio; aggiustiamo gli ombrelli.
Ripariamo cucine a gas: abbiamo i pezzi di ricambio per le cucine a gas.
Se avete perdite di gas noi le aggiustiamo, se la cucina fa fumo noi togliamo il fumo della vostra cucina a gas.

Ci son dei libri che secondo me son passati attraverso un arrotino e le parole son così affilate che se non si sta attenti ci si può anche tagliare.

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