Si era capito subito che lo Scrittors’ Hotel era al di fuori delle mie possibilità, così, la mattina dopo, feci su le mie valigie (la mia valigia) e me ne andai.

Peccato, la stanza era bella, e aveva tutta l’aria di venire da Parigi, da quella Parigi.

Uscii, e capii subito che anche affittare una macchina era al di là delle mie possibilità finanziarie.

Los Angeles, senza mezzi di trasporto, è impossibile.

Los Angeles, non è Cuneo.

Arrivai a un rivenditore di macchine usate, comprai una Chevy del ’57 piuttosto disastrata per cinquecento dollari, e mi misi alla guida.

Dicono sia più conveniente comprare una vecchia macchina e poi rivenderla che affittarne una, a Los Angeles.

Chissà.

Attraversai la città a bassa velocità, per godermi le palazzine a tre piani con le scale antincendio di metallo.

Passai a Compton, senza che mi succedesse nulla.

Non mi azzardai a fermarmi, comunque.

Passato Compton, vidi un bar, che sembrava proprio quel bar, ma dopo sessant’anni, e senza nessun restauro.

Parcheggiai, che mi pareva uno di quei bar dove potevi dire Barista, il solito, senza esserci mai entrato prima.

Entrai, mi tolsi il cappello e lo appoggiai sul bancone, e mentre mi sedevo sullo sgabello, il barista mi porse un bicchier d’acqua.

L’acqua, in america, te la dan sempre, nei bar, gratis, una forma di ospitalità per il viandante.

Ordinai un Whiskey, solo perché l’atmosfera si confaceva.

In quel momento la vidi.

Una bomba.

Bionda, con il vestito rosso color del rossetto, appoggiata al davanzale, guardava fuori.

Aveva delle curve che sembravano i tornichetti del colle di tenda. Non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso.

Mi sentivo imbecille, non potevo star lì a guardarla tutto il tempo.

Allora cercai il pacchetto delle Camel senza filtro e me ne accesi una.

(si poteva ancora fumare quasi ovunque, all’epoca)

Quelle ti uccideranno, mi disse il barista.

Lo so, gli dissi, è che qui a Los Angeles non m’è riuscito di trovare le Gitanes.

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