L’altro giorno ero lì che parlavo con un, come si dice nei blog, parlavo con un sodale, un compagno di strada, un altro blogger, insomma, e gli dicevo che io avevo sempre un po’ questo problema, ché gli interessi non mi son mai durati più di qualche mese; t’appassioni a un argomento, leggi tutti i libri che riesci a trovare, poi a un certo punto l’interesse svanisce, bum, com’era cominciato.

Gli dicevo, che con il blog invece m’è successa una cosa che non m’era mai successa, ché pur con gli alti e bassi che mi son propri, son riuscito a non perder d’interesse, nonostante siano ormai più di due anni che questo blog qui va avanti (prima, ne avevo altri, in altre lingue, c’è chi si ricorda), va bene, mi piace, gli dicevo, continuo a scriver tutti i giorni, magari anche solo una cazzata, ma son contento, ché è la prima volta che mi succede, una cosa così, che mi mantenga attratto stimolato focalizzato.

E lui mi diceva, il compare, mi diceva che anche a lui succede così, ché gli è capitato di pensarci, e mi diceva che lui il suo blog lo considera una specie di animaletto, che bisogna accudire, dargli da mangiare, coccolarlo e spazzolarlo tutti i giorni, ché poi altrimenti lui sta male e muore.

A me m’è sembrata una bella metafora, quella del blog come bestiola a cui vogliamo bene, che delle volte ci fa girare le balle, che ci dà tanta soddisfazione, che delle volte sporca anche, ma che fa fermare le ragazze per strada, che s’avvicinano, si chinano, lo accarezzano, e ti dicono Che bello, come si chiama?

Muttley.

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