Ieri mattina, quando ho tirato su le tapparelle, ho visto che fuori era tutto bianco. Sembrava cadesse qualcosa, ho pensato, sta a vedere che è arrivata la neve. Poi ho guardato bene (gli occhi, la mattina, bisogna guardar bene, ché delle volte fan degli scherzi, gli occhi, la mattina), e ho visto che non scendeva mica niente, era bianco ché c’era la nebbia.

Poi dopo ho preso la macchina ed ero contento, ché per andare in ufficio dovevo passare davanti a un albereto (non son sicuro che sia un pioppeto, quindi si mi rivolgo al più generico iperonimo, di mia estemporanea invenzione)(un albereto, lo spiego anche a vantaggio di me stesso, differisce da un bosco in quanto l’albereto è una coltivazione, mentre il bosco non lo è; riconoscere un albereto è semplice, basta osservare la disposizione delle piante, se è irregolare, si tratterà di un bosco, se è regolare, di un albereto) e quando c’è la nebbia, guardare un albereto è fonte di sempiterna delizia.

Infatti poi son arrivato al punto in cui c’era l’albereto, e mi son messo a guardarlo, ché un albereto, guardarlo, di solito, non è niente di che, ma quando c’è la nebbia, un albereto, acquisisce una profondità, che senza nebbia, non ha.

La prima fila di piante, la vedi, è vicina alla strada, e le vedi, le piante, sono nere, tronchi, i rami son ben definiti contro lo sfondo bianco grigiastro. Poi c’è la seconda fila, grigetta, già meno netta; e la terza fila, che fatichi a distinguere; e la quarta, che puoi solo immaginare.

Mentre vai in macchina nella nebbia, e vedi un albereto, stai volentieri, lì, con la testa girata a guardarlo, l’albereto circondato dalla nebbia.

(mi scuso per la superficiale descrizione dell’albereto, ma c’è sto fatto, che con la nebbia, non si vede una sega)