Squarciare il Velo di Maya, dicono i buddisti: dicono, che la realtà apparente non è la vera realtà e che se noi raggiungiamo l’illuminazione potremo Squarciare il Velo di Maya e vedere la realtà quale essa è.

Ieri, mentre mangiavo un Loacker (una delle cose che mi rendono fiero che l’Alto Adige sia italiano, a differenza della Thun, che mi rende lievemente sospettoso) mi è capitato uno di quei rari momenti di illuminazione che qualcuno* chiamava Quell’attimo congelato in cui vedi veramente che cosa c’è sulla tua forchetta.

Ho visto, nel mio attimo di illuminazione (che ad altri non sarebbe parso altro che uno Scampolo d’assenza*) che la superficie del mondo ci sembra fatta di oggetti, ma in realtà, la superficie del mondo non è fatta di oggetti, ma è fatta di parole, parole che noi usiamo per chiamare gli oggetti e gli individui, parole che usiamo per parlare degli oggetti e degli individui.

Il Velo di Maya ci impedisce, ho visto nel mio attimo di illuminazione, di capire che noi non vediamo gli oggetti, ma vediamo le parole con le quali li chiamiamo (inserire qui un parallelo con la Genesi, in cui Dio crea le cose e dà ad Adamo la facoltà di nominarle) e nel mio attimo di illuminazione ho visto, sotto il Velo di Maya, che sotto le parole ci sono in realtà dei veri e propri oggetti, uguali o diversi dalle parole che usiamo per chiamarli e definirli.

Ma non solo: nel mio attimo di illuminazione ho visto che sotto il Velo di Maya che ricopre il mondo non solo ci sono gli oggetti, ma c’è un altro Velo di Maya che ci impedisce la vista di un’altra realtà.

Che è fatta di parole.

Mi son detto, Anvedi, e ho continuato a mangiare il mio Loacker.