Ieri ho incontrato lo scrittore italiano contemporaneo [Mario Cavatore](http://www.mariocavatore.it/), di cui è uscito da una decina di giorni l’ultimo romanzo, L’africano ([ibs](http://www.internetbookshop.it/code/9788806188894/cavatore-mario/africano.html)), un romanzo secchissimo che dà l’impressione, come gli dicevo ieri, che fosse stato scritto come un romanzo di quattrocento pagine e poi portato a centotrenta a colpi di lima e d’accetta, un romanzo che quando l’ho finito ho quasi bagnato le pagine con dei liquidi che mi uscivano dagli occhi, e allora, visto che avevo lì l’autore, l’ho obbligato a star lì con me a parlare un po’ (pover’uomo).
Io adesso potrei riportare il dialogo che abbiam avuto, così, e dire che ho intervistato Mario Cavatore, ma siccome non gliel’ho neanche chiesto, perché neanche m’era venuto in mente, non lo farò.
Una cosa che m’ha detto Mario Cavatore, però, la voglio scrivere, ché lui mi ha detto che per scriver bene deve andare in montagna, non perché parli di montagna nei suoi libri (non lo fa), e non perché a casa gli rompano le balle, no, lui dice che per scrivere bene deve andare in montagna perché a casa c’è internet.