Ieri pomeriggio son andato a lavorare, ma mentre raggiungevo la macchina a ogni passo sentivo che la maglia strisciava contro la camicia che strisciava contro la maglietta che strisciava contro la pelle e a ogni passo mi venivano i brividi.

Sto mica bene, mi son detto.

In effetti son diversi giorni che non sto tanto bene (né leggere, né scrivere, in questi giorni, no, non ci si riesce proprio), ma febbre niente, proprio niente, però ieri pomeriggio, mentre raggiungevo la macchina mi son detto che stavolta la febbre c’era.

Poi in ufficio a un certo punto mi son alzato dalla sedia, mi son accorto che le gambe non avevan tanta voglia di tenermi su, avevo il corpo che vibrava. Allora ho finito quel che dovevo fare e me ne sono andato verso casa. In macchina, avevo la radio sintonizzata su radiotre, e c’era un poeta che leggeva una poesia (presumo fosse una sua poesia), la leggeva con una voce che sembrava un elogio funebre, con le parole ben distanziate ben accentate che mi faceva venire i brividi, tanto che quando ho sentito che nella poesia c’era il bucato che garriva (il bucato che garriva, ma ci rendiamo conto?), io, se non fosse stato per la mia proverbiale forza d’animo, avrei spento la macchina lì in mezzo alla strada e sarei stato lì una mezz’ora a ridere.

Il bucato che garriva.

E il mio corpo, vibrava.