Ieri, che ero fermo al semaforo, ti ho vista che eri anche tu ferma al semaforo, proprio lì davanti a me, ti ho riconosciuta subito: dal colore e dal modello della tua macchina e soprattutto dalla sagoma dei tuoi capelli che si intravedevano dal lunotto posteriore. Poi, quando ti giravi leggermente a destra o a sinistra, la tua silhouette mi faceva ricordare i tempi dell’Istituto Tecnico, quando ti guardavo senza posa, dal banco dietro, senza mai osare dirti niente. Sì, già allora.

Ho pensato di seguirti fino a casa, per poi salutarti e fare due parole facendo finta di passare di lì per caso.

Sei ripartita dal semaforo, sei andata dritta per un po’, e poi, invece di girare verso destra per andare a casa, hai girato a sinistra per uscire dalla città.

Ho pensato che andassi a fare delle spese al centro commerciale, e ho pensato di seguirti lo stesso per poterti salutare, fare un po’ di spesa insieme, facendo finta di essere anch’io lì per fare la spesa e incontrarti per caso.

Mi immaginavo già che ti chiedevo dei consigli sui prodotti, di comprare le stesse cose che compravi tu, di far finta di scoprire di avere gli stessi identici gusti, ma poi invece, invece di svoltare per il centro commerciale, sei andata diritta, verso chissà dove, e ho pensato che ormai avevo fatto trenta, e non mi costava niente fare trentuno, come si dice, e ho continuato a seguirti per la tua strada.

Sei passata per Madonna dell’Olmo, poi hai girato a destra, hai attraversato i Ronchi, San Biagio di Centallo, Murazzo, poi Fossano, e non ti fermavi mai, avrai fatto venti o trenta chilometri: chissà dove andavi, mi chiedevo.

Poi, a un certo punto, hai messo la freccia, hai svoltato in una stradina laterale, e l’ho fatto anch’io, hai parcheggiato davanti a una graziosa villetta e sei scesa dalla macchina.

Non eri mica tu.