L’altra sera ho visto un film curioso e diversissimo dai film che guardo di solito. C’era Polli che girava i canali, e a un certo punto si è imbattuta nell’inquadratura iniziale di questo film, con un’ambientazione anni venti, con un’atmosfera dickensiana, e lei alle atmosfere dickensiane non sa proprio resistere, e allora si è fermata su questo film qui. Che poi, dickensiano, è una parola che se chiedi a chiunque incontri non sa mica spiegarti cosa voglia dire, dickensiano, però quando la dici, la parola dickensiano, sembra che capiscano tutti, che cosa vuol dire.

Poi dopo le prime inquadrature dickensiane, con questi bambini di strada col berretto calato sugli occhi, con questi uomini col cappello, son cominciati a scorrere i titoli di testa e abbiam capito che era un film di Jean-Claude Van Damme, regia di Jean-Claude Van Damme, soggetto di Jean-Claude Van Damme, interpretato da Jean-Claude Van Damme, e allora Polli avrebbe volentieri cambiato canale, solo che ormai era troppo tardi, io ero già ipnotizzato.

Già.

C’era questo saltimbanco, interpretato da Jean-Claude Van Damme, che era a capo di una banda di ragazzini inseguiti dalla polizia e dai mafiosi, e poi dopo che i mafiosi avevano assaltato il loro nascondiglio e colpito con una pallottola uno dei ragazzini, lui, Jean-Claude Van Damme, non sapeva bene cosa fare, perché lui si vedeva che voleva con tutte le sue forze stare lì a badare al ragazzino morente, anche se nel film non si capiva bene se era colpito a morte o no, ma poi aveva deciso a malincuore di scappare, perché stava arrivando la polizia.

Poi Jean-Claude Van Damme, scappando, per non farsi vedere dalla polizia si era nascosto su una nave, era saltato nella stiva dal montacarichi e nell’impatto aveva perso i sensi. La nave era partita e poi quando erano in mare aperto, i contrabbandieri turchi, perché era una nave di contrabbandieri turchi, lo avevano scoperto e lo avevano incatenato e reso schiavo. Arrivati nei mari del sud-est asiatico, mi sembra, ma non sono sicuro del posto, la nave era stata abbordata da dei bucanieri guidati da un tizio vestito da ammiraglio che si faceva chiamare Lord Dobbs, un imbroglione dai modi signorili interpretato da Roger Moore.

Jean-Claude Van Damme allora si era ribellato ai suoi schiavizzatori e si era unito a Lord Dobbs, facendogli promettere che lo avrebbe fatto ritornare in America, e io ho subito pensato che lui volesse tornare dai bambini, per salvarli, per vedere se il bambino colpito a morte era ancora vivo, anche se dei bambini in quel momento lì del film non si parlava, solo che Lord Dobbs, essendo un imbroglione, lo aveva venduto a un organizzatore di incontri di lotta dell’isola di Muay Thai.

Dopo Jean-Claude Van Damme aveva dimostrato la sua potenza, era diventato un professionista, e dopo che per caso aveva incontrato di nuovo Lord Dobbs uno pensava che lo facesse nero, che si facesse portare in America sul serio per andare a salvare i bambini, e invece lui gli aveva detto che voleva vincere il Dragone d’oro, una cosa di cui non si era ancora sentito parlare, nel film, una cosa che a me ha incuriosito molto, perché era una svolta inaspettata nella trama, una cosa che in un film che iniziava con un’ambientazione dickensiana non me lo sarei aspettato. Magari poi il dragone d’oro voleva portarlo ai bambini che aveva lasciato in America, però dentro il film non lo diceva mica.

Comunque.

Questo dragone d’oro si vinceva in una gara di lotta, il torneo di Ghan-gheng, che si teneva in un luogo segreto denominato Città Proibita, e per arrivarci ci voleva la mappa per sapere dov’era, e l’invito per partecipare.

A quel punto nel film spuntava una giornalista americana che non si capiva bene da dove usciva, ma poi alla fine si capiva che tutta la narrazione del film veniva fuori da un suo libro che lei aveva scritto, magari ci aveva vinto anche un Pulitzer o magari no, in ogni caso spuntava fuori questa giornalista americana molto bella che sapeva che alla gara avrebbe partecipato il campione mondiale dei pesi massimi, un certo Matt Devine, e allora Lord Dobbs, il suo aiutante e Jean-Claude Van Damme si erano spacciati per suoi accompagnatori cercando di turlupinarlo.

Poi c’era un viaggio lunghissimo su camion, elefanti e cavalli con delle inquadrature molto belle ma non si capiva molto cosa c’entravano, e arrivati alla fine del viaggio, dopo un solo pugno, il campione mondiale dei pesi massimi Matt Devine aveva ceduto a Jean-Claude Van Damme l’invito e il titolo di campione mondiale, avendo capito che Jean-Claude Van Damme era un lottatore migliore di lui. Questa cosa mi ha lasciato un po’ perplesso ma ve la racconto come l’ho capita senza aggiungere dei giudizi di valore perché io un pugno da Jean-Claude Van Damme non l’ho mai preso e neanche ci tengo.

Poi c’era questa gara dove c’erano dei lottatori di tutto il mondo che si battevano per questo dragone d’oro, eran tutti molto belli, c’era il giapponese lottatore di sumo, c’era il brasiliano che faceva la capoeira, c’era lo spagnolo che faceva delle mosse tipo flamenco. Se mi si permette, si può dire che erano fortemente caratterizzati. C’era poi il cattivissimo lottatore mongolo che sembrava essere uno scarto di lavorazione del film Conan il barbaro, quello con Schwarzenegger, che si capiva subito che sarebbe stato quello che Jean-Claude Van Damme avrebbe affrontato nella gara finale, che son cose che se uno è avvezzo le capisce subito.

Poi Lord Dobbs e il suo aiutante, mentre Jean-Claude Van Damme era lì che lottava, avevano cercato di rubare il dragone d’oro ma li avevano beccati subito, li avevano condannati a morte ma poi Jean-Claude Van Damme aveva proposto che se vinceva lui avrebbe lasciato lì il dragone d’oro in cambio della vita di Lord Dobbs e del suo aiutante.

Poi alla fine Jean-Claude Van Damme aveva vinto, umiliando il cattivissimo lottatore mongolo, e li aveva salvati.

Nell’ultima toccante scena si vedeva un vecchio Jean-Claude Van Damme che in tre parole diceva che era tornato in America e aveva salvato i suoi bambini dalla strada, poi si vedeva che davanti a lui c’era un libro aperto, lo chiudeva, e il libro aveva lo stesso titolo del film, The Quest, e l’autore era la bellissima giornalista bionda che era comparsa da chissà dove a metà film.

Bon, niente, ve lo volevo raccontare.

In italiano si chiama La Prova, ed è un film di Jean-Claude Van Damme, regia di Jean-Claude Van Damme, soggetto di Jean-Claude Van Damme, interpretato da Jean-Claude Van Damme.

L’ho visto tutto.