L’altro giorno, in libreria, mi son accorto che era uscito un libro nuovo di Raymond Carver. Ma non era morto, mi son detto, allora ho preso il libro in mano, ho visto che era proprio morto, e il fatto che continuassero a uscire dei libri suoi mi sembrava ancor più inesplicabile.

In effetti, questo libro qui, che si chiama Il mestiere di scrivere, mi son accorto che era una specie di compilation di scritti sulla scrittura, una di quelle compilation come fanno quei cantanti che hanno più passato che futuro, e in effetti anche Carver, mi son detto, è un po’ come Venditti (anche se anche sul passato di Venditti ci sarebbe da discutere), con la differenza che, per lo meno, nel momento in cui scrivo, Carver è morto, e Venditti, invece, purtroppo.

Ma qui ho deviato da quel che volevo dire, perché Venditti è, purtroppo, Venditti, e se penso a Venditti mi succede sempre che i miei pensieri prendon una certa piega. Quel che in realtà volevo dire dopo un cappello introduttivo che al di là della mia volontà è durato fin troppo, e me ne scuso, è che l’altro giorno, spiluccandolo in libreria, a pagina 29 del libro di Carver ho trovato un paragrafo che iniziava con le parole

Dieci anni dopo ero ancora vivo

E niente. Mi è sembrata una frase divertentissima e se per voi non lo è neanche rileggendola, mi scuso anche di questo.