Qualche mese fa, una sera, son venuti a casa mia degli amici, si son portati dietro una ragazza, una loro amica che da me non era mai venuta, e appena entrata aveva assunto un’espressione incredula, aveva detto Ma quanti libri! Ma li hai letti tutti? Non sapeva più cosa dirsene, e se io da un lato ero impreparato alla domanda – che poi in quella libreria c’è una parte direi infinitesima dei miei libri – dall’altro avrei voluto risponderle come avrebbe fatto Eco (No, questi sono quelli che devo leggere questa settimana. Se li avessi letti, perché li terrei qui?) (era in uno dei due diari minimi, credo), ma alla fine le ho risposto di sì, non li ho proprio letti tutti tutti, ma quasi tutti.

E il mio pensiero non andava tanto alla pila degli ultimi acquisti, e neanche ai libri che mi avevano regalato e non avevo mai aperto; mentre le dicevo che non li avevo letti proprio tutti tutti, guardavo lassù all’ultimo piano della libreria, dove c’era – e c’è – una copia di Armi, acciaio e malattie*, di Jared Diamond, un libro che quando l’avevo iniziato mi era sembrato interessantissimo, ma poi, mentre lo stavo leggendo, mi è caduta addosso la mia vita, e da allora, non l’ho più aperto.