Partivo da casa, e sull’autostrada c’erano i colori. I colori dell’autunno. C’era il rosso, il giallo, l’arancione, il verde, il marrone. E il blu del cielo. Era blu, ma di un blu che non si può descrivere, bisognava fermarsi e fotografarlo, ma la macchina fotografica non avrebbe potuto catturare quei colori, quel blu, quei gialli e rossi e arancioni e verdi che c’erano, sabato mattina. Poi, più avanti, in Liguria, il grigio: pioveva. Pioveva tanto. E poi pioveva ancora. A vedere quel grigio, l’unica cosa che ti faceva venir voglia di tornare a casa, era pensare di tornare a vedere quei colori, il blu, l’arancione, il rosso, il giallo, il verde. Già li pregustavi, i colori, tornando a casa, e guardavi, in mezzo al grigio, un paesino, l’unico, illuminato dal sole che passava in uno squarcio tra le nuvole, e pensavi che gli abitanti non lo potessero sapere che il loro paesino tra le colline era l’unico, lì intorno, col sole. Tu da lontano lo vedevi, quel paesino, con il grigio e la pioggia tutt’intorno, e lui, con il sole, e sopra di lui l’arcobaleno.

Poi alla radio dicevano obbligo di catene a bordo tra Altare e Ceva, allora ti fermavi in un autogrill, guardavi le webcam su internet, e vedevi che c’erano gli spartineve che toglievano la neve dall’autostrada, e tu le catene non le avevi: non te l’immaginavi, con quei bei colori autunnali che c’erano, che potessero servire le catene. Poi invece non servivano, però c’era la neve, per davvero. Poca, ma c’era. E di quei colori che c’erano all’andata, non ce n’era più nemmeno uno. C’era il bianco, e il rosso dei fari delle macchine davanti che si riflettevano sull’asfalto bagnato.

La stufetta, a casa, faceva un bell’arancione.