E io che mi pensavo » 2009 » novembre

Archivio di novembre, 2009

Carabinieri

giovedì 12 novembre 2009

Che poi, su quell’autostrada lì, la cosiddetta Autostrada dei Fiori, mi vengon sempre in mente i Carabinieri. Mi viene in mente una Fiat 127, due famiglie, due padri seduti davanti, due madri sedute dietro, e due bambini nel bagagliaio. E noi, nel bagagliaio, lo sapevamo, che se sentivamo qualcuno dire Carabinieri, dovevamo farci piccoli piccoli tirar giù la testa per non farci vedere.

(Quando succede qualcosa, quando ti raccontano qualcosa, capita sempre, o capita molto spesso, che ti vengano in mente fatti o cose che hanno una qualche attinenza con ciò che sta succedendo, o con ciò che ti stanno raccontando, e non è che uno tiri fuori questi fatti per così dire storici per darsi un’importanza, per dire Guarda, questa cosa è un nonnulla, a me è già capitata, no: è il cervello che va a pescare nelle cose che ha dentro per vedere se dentro, dentro le cose che ci son dentro al cervello, ci son delle esperienze che ti possano servire a sopravvivere a quel che sta succedendo.)

Io, quando incontro i Carabinieri, spero sempre che non mi vedano.

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Damasco

martedì 10 novembre 2009

1. Trama
Da piccolo devo aver visto uno di quei film tipo I Dieci Comandamenti, e adesso, a pensarci, doveva proprio essere I Dieci Comandamenti, film del 1956, diretto da Cecil B. DeMille, con Charlton Heston, Yul Brynner, Anne Baxter, Edward G. Robinson, John Derek, Yvonne De Carlo, Vincent Price e molte altre celebrità dell’epoca, non mi ricordo dove l’ho visto, se l’ho visto al cinema dell’oratorio o se l’ho visto in televisione, però mi ricordo che l’ho visto, sono proprio sicuro.

2. Ordito
Adesso, a pensarci, dopo che ho cercato su internet se era proprio quel film lì o un altro, per fornire informazioni corrette e soprattutto non dir delle vaccate, mi ricordo, tra le altre cose, che c’era Yul Brynner che faceva Ramesse, e che quando diceva qualcosa c’era sempre la frase Così sia scritto, così sia fatto: non c’entra niente ma me lo ricordo, e allora lo scrivo, sono fatto così, voglio dire una cosa, poi me ne viene in mente un’altra che non c’entra niente, e la scrivo: ho delle patate nel cervello, me lo dicon tutti, non so cosa farci, così va la vita.

3. Trama
Riprendendo il filo, mi ricordo una cosa in quel film lì, se poi era proprio quel film lì non so dire, ma speriamo, cosa volete che vi dica, non ci rimane che sperare, come un po’ per tutte le cose.

4. Ordito
Ma lo vedi, vedi oggi dove vanno i pensieri, vanno dove vogliono, come quella volta che ho provato a fare gli gnocchi di patate in casa e la pasta era venuta molle, e mentre impastavo mi usciva da tutte le parti e poi stava attaccata alle mani, stava da tutte le parti tranne dove doveva stare: ecco, così vanno i pensieri, oggi, ma mica solo oggi, è normale, che facciano così, i pensieri, solo che oggi mi sembrano un po’ più selvatici, ci vorrebbe una sedia e una frusta, oggi, per i pensieri, per domarli, anche se poi quella volta lì poi gli gnocchi non ero poi riuscito a farli, ché la pasta non era venuta, l’ho dovuta buttare. Anche coi pensieri, dovrei far così, buttarli via, e prenderli confezionati, Buitoni, Giovanni Rana, fate voi che io non ho testa, oggi, coi pensieri.

5. Trama
Dentro quel film lì, fatemi finire il discorso non mettetevici anche voi, c’era un pezzo dove compariva Dio: non si vedeva, Dio, ma si vedeva che il cielo si apriva, si squarciava, e dal cielo uscivano dei raggi di sole, ben distinti l’uno dall’altro, e quello era Dio, che veniva giù dal cielo e sa Dio cosa faceva, non mi ricordo, però io quell’immagine di Dio che c’era in quel film, quella dei raggi di sole che squarciavano le nuvole, chissà perché m’è rimasta impressa, e da allora, ero ben piccolo allora, e da allora, quando capita che c’è il sole che con i suoi raggi squarcia le nuvole e si proietta sulla terra, a me viene in mente Dio.

6. Ordito
Porca miseria, per una volta che scrivo un pezzo che parla di Dio, son anche ben disposto, ne converrete, io di Dio non parlo mai, perché son un po’ lontano, per così dire, ma per una volta che scrivo un pezzo che parla di Dio mi interrompono tutti i momenti e io perdo il filo, e con i pensieri che mi ritrovo che si sfilacciano da tutte le parti, con i pensieri da buttar via che mi ritrovo, non lo so se è il caso di interrompermi così tutti i momenti. Ditelo subito, se volete che la gente diventi atea.

7. Patate
Comunque, quel che volevo dire all’inizio, è che sabato mattina, sull’autostrada, ho visto Dio. Era lì, in uno squarcio piccolo piccolo tra le nuvole, tra Savona e Genova, che si proiettava in mezzo al mare. Sembrava tranquillo.

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Lui

martedì 10 novembre 2009

Lui, che son io, a differenza di altri, non andava al bar per raccontare al barista le sue disavventure, i suoi dispiaceri, le sue pene, i suoi dolori. Era il barista che glieli raccontava a lui.

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Colori

lunedì 9 novembre 2009

Partivo da casa, e sull’autostrada c’erano i colori. I colori dell’autunno. C’era il rosso, il giallo, l’arancione, il verde, il marrone. E il blu del cielo. Era blu, ma di un blu che non si può descrivere, bisognava fermarsi e fotografarlo, ma la macchina fotografica non avrebbe potuto catturare quei colori, quel blu, quei gialli e rossi e arancioni e verdi che c’erano, sabato mattina. Poi, più avanti, in Liguria, il grigio: pioveva. Pioveva tanto. E poi pioveva ancora. A vedere quel grigio, l’unica cosa che ti faceva venir voglia di tornare a casa, era pensare di tornare a vedere quei colori, il blu, l’arancione, il rosso, il giallo, il verde. Già li pregustavi, i colori, tornando a casa, e guardavi, in mezzo al grigio, un paesino, l’unico, illuminato dal sole che passava in uno squarcio tra le nuvole, e pensavi che gli abitanti non lo potessero sapere che il loro paesino tra le colline era l’unico, lì intorno, col sole. Tu da lontano lo vedevi, quel paesino, con il grigio e la pioggia tutt’intorno, e lui, con il sole, e sopra di lui l’arcobaleno.

Poi alla radio dicevano obbligo di catene a bordo tra Altare e Ceva, allora ti fermavi in un autogrill, guardavi le webcam su internet, e vedevi che c’erano gli spartineve che toglievano la neve dall’autostrada, e tu le catene non le avevi: non te l’immaginavi, con quei bei colori autunnali che c’erano, che potessero servire le catene. Poi invece non servivano, però c’era la neve, per davvero. Poca, ma c’era. E di quei colori che c’erano all’andata, non ce n’era più nemmeno uno. C’era il bianco, e il rosso dei fari delle macchine davanti che si riflettevano sull’asfalto bagnato.

La stufetta, a casa, faceva un bell’arancione.

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Gomitoli

venerdì 6 novembre 2009

Una sera la mia ragazza voleva fare una cosa su internet e non sapeva bene come fare, quindi ha chiesto a me, perché, nonostante lei sia piuttosto esperta di internet, io, ai suoi occhi, evidentemente lo sono ben di più. Ha chiesto a me e neanch’io sapevo bene, le ho detto di aspettare un attimo che investigavo sulla cosa, e dopo che google non mi ha dato nessuna risposta esauriente ho chiesto su friendfeed (un cosiddetto social network) se qualcuno ne sapeva qualcosa. Qualche risposta m’è arrivata, ma non era soddisfacente. Per fortuna quello che scrivo su friendfeed (un cosiddetto social network) viene rimbalzato anche su twitter (un altro cosiddetto social network), che a sua volta la rimbalza anche su facebook (un altro cosiddetto social network). Dicevo, per fortuna che c’eran tutti questi rimbalzi, perché la risposta m’è arrivata proprio da un utente di facebook, e la mia ragazza è stata proprio contenta. Non gliel’ho mica detto che la risposta me l’ha data sua sorella.

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Proverbio

giovedì 5 novembre 2009

C’è chi ha il pane e non ha il pane, c’è chi ha i denti e non ha i denti.

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Letteratura comparata

mercoledì 4 novembre 2009

Ho saputo domenica sera che è morta* Alda Merini, e ho trovato stamattina* una sua poesia.

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Volevo metterla a confronto con una mia poesia di qualche anno fa.

cani (wish you were here)

è un peccato
che tu non sia qui
potevamo andare
a prenderci un gelato

oppure andare
a leccarci
l’un l’altro

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Grigio

martedì 3 novembre 2009

Una volta, io e il mio collega, Stefano, si chiama, stavamo andando a pranzo, abbiamo visto Il Grigio.
Non avevo mai visto Il Grigio prima di quel giorno lì, ma quel giorno lì, andando a pranzo con il mio collega, per la prima volta, l’ho visto, Il Grigio, ed è stata una svolta.
Lavoravo da poco in banca a Cuneo, e non ero abituato a camminare sotto i portici in pausa pranzo, forse era per quello che non l’avevo mai notato, Il Grigio, o forse era perché le altre volte che mi era capitato di vagabondare per Cuneo non ero ancora un bancario. E quel giorno lì è stato il giorno che mi son detto Mio dio, cosa ho fatto. Quel giorno lì è stato il giorno che mi son accorto veramente di essere un bancario.
Camminavamo sotto i portici, io e il mio collega, Stefano, si chiama, stavamo andando a pranzo al solito bar dove andavamo sempre, dove ci facevano un prezzo speciale, dicevano, e a un tratto mi accorgo che Stefano stava guardando un tizio, e faceva un movimento con la bocca, diceva qualcosa sottovoce, tra sé e sé, a me era sembrato di star camminando insieme a un pazzo. Stava guardando un tizio, vestito di grigio, con la faccia grigia, l’espressione grigia, e avresti detto che aveva anche i capelli, grigi, e invece no, quelli eran castani, normali, un po’ stempiato, anzi piuttosto stempiato, però sembrava che il grigio si spandesse su tutta la sua persona, sembrava che il grigio lo pervadesse; chissà che vita fa, mi son detto, questo tipo grigio, di sicuro farà qualche lavoro di concetto, impiegatizio, qualche lavoro che non lascia spazio alla creatività, all’umorismo, qualche lavoro, così per dire, grigio. Ed era il suo lavoro, grigio, che con il suo grigio infettava tutta la persona, quella persona che poi avrei imparato a chiamare Il Grigio, pervadendola con tutta la sua grigità assoluta. Un qualche lavoro grigio, ripetevo tra me e me, un lavoro di concetto, impiegatizio, poco creativo, e mi sembrava di vedere il mio, di lavoro, mi sembrava di vedere me.
Quando Il Grigio l’avevamo ormai sorpassato, ho guardato Stefano, che aveva cominciato a guardare me, e mi aveva detto che quello lì era Il Grigio, e che quando lo incontravo dovevo dire, tra me e me, Non sarò mai come te, non sarò mai come te.

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El Dia de los Muertos

lunedì 2 novembre 2009

Genitori di compagni di scuola, o di amici, che incontri mentre stai sistemando dei fiori sulla tomba di famiglia. Si parla del più e del meno, ma soprattutto, in conformità con l’ambiente, si fanno discorsi, come dire, cimiteriali. Parlano con me, e tra di loro, e sembra quasi che facciano a gara tra loro per vedere chi conosce più gente, tra i morti del cimitero. Mi dicono che son fuori gara, io, ché loro, essendo di un’altra generazione, di morti nel cimitero ne conoscono molti più di me, come è e come sarebbe giusto. Io mi chiamo fuori, ché alla loro gara non voglio partecipare, ché io, di gente, di gente morta, in quel cimitero, non ne conoscerò quanta loro, ma per me è abbastanza, gli dico, ne conosco già abbastanza. Ne conosco già abbastanza.

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