E io che mi pensavo » 2010 » gennaio

Archivio di gennaio, 2010

Sono una persona orribile /14

giovedì 14 gennaio 2010

Quando ricevo delle mail io aspetto sempre un po’ a rispondere, per far sembrare che ho una vita.

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Un mondo a rotoli

lunedì 11 gennaio 2010

Immaginavo un mondo in cui non esistano i libri. Un mondo in cui la pergamena non è mai stata tagliata a pezzetti e rilegata, un mondo in cui non esistano le pagine. Un mondo che, quando è arrivata la carta, si è comportato nello stesso modo di prima, un mondo in cui si legge sui rotoli. Un mondo in cui la lettura è un atto che si esercita tenendo in mano il rotolo, e arrotolando la parte superiore, e srotolando la parte inferiore, facendo così scorrere il testo verso l’alto man mano che lo si legge. È un mondo in cui esistono specifici supporti su cui si appoggiano la parte superiore e inferiore dei rotoli, e con una manopola, o con una manovella, si arrotola il rotolo mentre si legge. Magari, nel tempo, il processo di arrotolamento può essere elettrificato, basta premere un pulsante, e la fatica fisica del leggere si allevia, ci sarà chi si lamenta dicendo che non è più la stessa cosa, ma leggere è diventato molto più facile, con l’elettrificazione.

Il libro, in quel mondo lì, assomiglia al cosiddetto gobbo televisivo, dove le frasi che deve pronunciare il bravo conduttore sono scritte su un foglio unico, che viene progressivamente arrotolato in alto e srotolato in basso, producendo l’effetto che fa il leggere i titoli di coda di un film, che scorrono su uno schermo, anche se il lettore, sui titoli di coda di un film, non ha nessun controllo, e invece, in questo mondo qui, basta variare la pressione sul pulsante per variare la velocità a cui le parole si presentano alla lettura. Pensandoci, si può vedere che anche il cosiddetto gobbo televisivo ha subito dei progressi mica da poco: a un certo punto ci si è accorti che era molto più comodo fare scorrere nello stesso modo le parole su uno schermo che non scriverle ogni volta su carta.

E in quel mondo lì, oggi, il rotolo che era su carta ha subito gli stessi progressi: in quel mondo lì il pulsante, che prima faceva girare un motorino che arrotolava la parte superiore del rotolo, ora comanda uno schermo, dove le parole man mano che vengon lette scorrono dal basso verso l’alto. Qualcuno, anche qui, si è lamentato, ma ci si è accorti che l’innovazione era buona, perché tutto quell’arrotolare e srotolare era macchinoso, perché riarrotolare il rotolo dopo che lo si era letto era macchinoso, perché adesso si può cercare nel testo, adesso si può entrare nel testo in un punto qualsiasi, e si capisce, è tutta un’altra vita.

Dove volevo arrivare, con questa immagine, forse si capisce, o forse no, forse si voleva dire che il libro così come lo conosciamo è stato una parentesi tra rotoli, ma a questo punto, mentre cercavo di mettere per iscritto questa cosa che mi è venuta in mente, m’è venuto da pensare che in inglese il rotolo si dice scroll, che è il verbo che usiamo quando facciamo scorrere le schermate sul computer.

Comunque la settimana scorsa per la prima volta sono passato dalla matita a un bellissimo portamine in alluminio, è una bella innovazione anche quella.

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Tut-tak, tut-tu-tak

giovedì 7 gennaio 2010

L’altra sera, dentro un commento, mi han chiesto di scrivere qualcosa sul ritmo, quindi io stamattina mi son detto scriviamo qualcosa sul ritmo, ho attaccato il computer, ho aperto il programma per scrivere, e non appena ho aperto il programma per scrivere è entrato uno che mi voleva parlar di delle cose, mi parlava di andare in bicicletta, di cambiare le coperture, di cento chilometri all’ora, di multe della gendarmeria, che una volta han fatto la multa a uno che pisciava su un tiglio, che bisogna fargli vedere il passaporto, non la carta d’identità, ma il passaporto, che così, se invece di fargli vedere la carta d’identità gli fai vedere il passaporto, i gendarmi lo capiscono che tu saresti anche capace di rivolgerti all’ambasciata, al consolato, che tu ne avresti diritto, e loro lo capiscono, si prendon paura, i gendarmi; bisogna essere all’occhio, diceva, quando si va all’estero, e con tutte queste parole m’ha spezzato il ritmo, il ritmo che mi serviva per scrivere un pezzo sul ritmo, e chissà se lo ritrovo, il ritmo, mi son detto, e nella mia testa facevo un tut- tak, tut-tu-tak, anche mentre lui parlava, mentre lui parlava di bicicletta e di svizzera e del tiglio di lugano su cui avevano pisciato e s’eran presi una multa di settecentocinquanta euro io nella mia testa facevo un tut-tak, tut-tu-tak, battevo sulla cassa e sul rullante, un ritmo non difficile, un quattro quarti semplice, ché anche i ritmi semplici riescono a portarti lontano, se li segui, anche senza controtempi, basta battere il piedino, a volte, e il ritmo lo trovi, anche mentre scrivi, solo che a volte ti entra uno, ti racconta delle cose, delle biciclette, delle coperture che costano anche delle centinaia di euro, che poi bisogna anche cambiare la camera e la guarnizione, non è semplice con le coperture, te non ci pensi, ti entra uno e ti dice te non ci pensi, ma la bicicletta, a mantenerla, costa anche più cara del ciclomotore, ti dice, e tu nella testa te lo mantieni, il tuo ritmo, e adatti quel che senti al ritmo che hai nella testa, adatti anche un po’ il tuo ritmo al suo parlare, e lui inconsapevolmente, un uomo di un sessanta e qualche anno, si ritrova a fare dell’hip-hop, si ritrova a essere una sorta di rapper, free- style, e tu nella tua testa sei il suo human beatbox, e lui accelera, rallenta, e tu diventi anche un po’ jazz, e la voce del tipo perde ogni significato, diventa una sorta di scat che imita un basso continuo con le sue note e le sue pause, e tu sei immerso in questa musica che non sai com’è che è nata, tu eri lì che pensavi a scrivere una cosa sul ritmo e tenevi un ritmo nella tua testa, sei diventato una batteria, ti entra un tizio che fa il basso e diventa una jam session memorabile, e chi se lo immaginerebbe, a sentire quella musica, che da fuori son due che parlan di cose di poco conto, le biciclette, la svizzera, l’amaretto di saronno.

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Dei francesi

martedì 5 gennaio 2010

Oggi sono andato da dei francesi, e gli ho detto che eran dei francesi, e loro se la sono presa.
Son andato da dei francesi, gli ho detto Siete proprio dei francesi, e loro se la sono presa.
A me sembrava una cosa così normale da dirgli, e se la sono presa.
Vanno in giro per il mondo che sembran così tranquilli, e non sanno neanche chi sono.

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Fiction

lunedì 4 gennaio 2010

A volte leggo dei libri, li comincio, e poco dopo che li ho iniziati, qualche pagina dopo, succede qualcosa. Poi guardo dei film, non hai il tempo di acclimatarti al fatto che stai guardando un film, ed ecco che succede qualcosa. Hanno una fortuna questi qua che fanno quei libri e quei film, io non lo so, non me ne capacito, o son lì a scrivere magari da trent’anni, magari trent’anni di vita barbosa in cui al protagonista non succede niente e poi tac, succede qualcosa, e allora a posteriori isolano quel frammento da raccontare, oppure c’è una troupe cinematografica che son anni che riprende il protagonista e poi taglian via tutte le parti barbose, altrimenti io non riesco a capire, non riesco a capire com’è, che come per coincidenza, apri dei libri, cominci dei film, e tac, subito gli succede qualcosa. Secondo me c’è qualcosa di marcio.

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Inizio

sabato 2 gennaio 2010

Sono in una città che non conosco. Una città dove tutti guidano come dei matti. Una città in cui piove da quando sono arrivato. Dove due signore di circa centosettantanni in due attraversano indisturbate con il rosso senza guardare. Dove gli edicolanti mi trattano come se mi conoscessero da sempre, anche se sarò andato lì un massimo di cinque volte in tutta la mia vita, a distanza di mesi da una volta all’altra.

Stamattina c’è il sole. Ci sono le nuvole. Ci sono le nuvole squarciate da raggi di sole. Sembra un dipinto di Constable. Quanto lo odio, Constable. Eppure stamattina ci sta bene.

Per strada è ancora tutto bagnato. Salgo le scale a piedi, dicono che serva per fare esercizio fisico. A me serve perché così, quando entro in casa, le scarpe sono asciutte.
Buon 2010.

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