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Archivio di febbraio, 2010

Coi ricordi non si può mai dire

mercoledì 10 febbraio 2010

(Stavo cercando una cosa che avevo scritto diversi anni fa su un quadernetto e ho trovato questo in mezzo a uno scritto lunghissimo che parlava di altre cose. Non ho corretto quasi niente.)

Coi ricordi non si può mai dire: ti basta metterti a scrivere di qualcosa, e chi ha l’abitudine di scrivere lo sa, che ti saltan fuori dei ricordi che non son ben collocabili sull’asse temporale, quanti anni avevi quando è successo, se è successo, se è successo prima o dopo qualcos’altro, non lo sai e non lo puoi quantificare, puoi solo avere delle impressioni, delle impressioni che poi fissi sulla carta con una dose di immaginazione; poi quella diventa la realtà, perché quando l’hai scritta, una cosa, anche se prima non eri sicuro, l’hai collocata nel tempo e nello spazio, e in quel momento lì, quando l’hai scritta, la doti di una fissità che ormai, anche se le cose fossero andate in modo diverso, o non fossero del tutto vere, o non fossero avvenute in quel momento lì, ormai sono scritte e diventano a loro modo vere. È un po’ la trappola dell’autobiografismo, che chissà da dove esce fuori, ma se sei uno che ha l’abitudine di scrivere, lo sai, che prima o poi l’autobiografismo salta fuori, sei lì che stai scrivendo di una cosa che non c’entra niente, stai facendo una descrizione o stai raccontando una cosa che ti è venuta in mente e che ti sei inventato, e a un certo punto il tuo cervello svirgola completamente e ti ritrovi a scrivere di qualcosa che ti è capitato: quando te ne accorgi sei già lì che la scrivi e non lo puoi fermare, l’autobiografismo, magari sei lì che stai scrivendo delle robe che con te non c’entran niente, e tac, un attimo dopo ti ritrovi a scrivere qualcosa che ti aveva raccontato mettiamo tuo nonno, e anche quello è autobiografismo, e non ci puoi fare niente.

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Sono una persona orribile /15

martedì 9 febbraio 2010

Sono una di quelle persone che ogni tanto sorridono guardando il computer.

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Miscellanea

lunedì 8 febbraio 2010

1.
L’altra sera son andato a vedere un film in 3D. Non l’avevo mai visto, un film in 3D, tranne una volta che ero andato in un parco divertimenti, da piccolo. I primi cinque minuti mi ha dato fastidio, i seguenti cinque minuti ero a bocca aperta, poi mi son abituato, non era niente di che.
Però poi, quando son uscito dal cinema, la vita reale mi sembrava un po’ piatta.

2.
Ho l’impressione che i miei amici mi vengano a trovare per rubarmi l’energia elettrica. Vengono, attaccano i loro cellulari, e poi quando son un po’ carichi van via. Non mi sembra mica una cosa normale.

3.
Ho addosso la primavera percepita. È una settimana che la mattina mi vien voglia di aprir tutte le finestre, di guardare il cielo, di respirare l’aria. Ho fatto le pulizie di Pasqua.

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Della letteratura olfattiva

venerdì 5 febbraio 2010

1.
Mi stavo documentando, la settimana scorsa, sui cani, sulle loro percezioni, sui loro sensi, e leggevo che il cane ha dai cento ai duecento milioni di cellule olfattive, contro le circa cinquemila dell’uomo, e leggevo che se un cane rimane cieco è in grado di orientarsi lo stesso, grazie all’odorato. Mi è venuto in mente che se per l’uomo il senso più importante è la vista, sicuramente quello più importante per il cane è l’odorato e quindi, se gli uomini leggono con la vista, potrebbe ben dirsi che se i cani avessero (secondo me ce l’hanno) una qualche forma di letteratura loro propria, sarebbe non una forma di letteratura visiva, ma una forma di letteratura olfattiva.
Poi m’è venuta in mente un’altra cosa, che avevo scritto tre anni fa.

2.
Stamattina, son uscito di casa per andare in ufficio, e all’angolo del palazzo c’era una signora con un cagnetto al guinzaglio, e il cagnetto stava odorando l’angolo del palazzo, e la signora cercava di tirarlo via, ma lui, no, non voleva andare via, era lì che odorava, e non aveva mica ancora finito, di odorare quel che c’era da odorare all’angolo del palazzo.

Io lo guardavo, ‘sto cagnetto, e si vedeva che a guardarlo, ‘sto cagnetto, lui ci aveva una smania di finire di odorare, muoveva il naso da sinistra a destra, poi andava un po’ più giù, muoveva il naso da sinistra a destra, mi ha dato l’idea, vedere odorare ‘sto cagnetto, che ‘sto cagnetto stesse leggendo qualche cosa, all’angolo del palazzo, qualche cosa che io non vedevo, e neanche la signora, ma io a questo punto, vederlo muoversi così, ero sicuro che stesse leggendo qualcosa.

Continuavo a guardarlo, e la signora cercava di tirarlo via, e io mi son immaginato (credo di essermelo immaginato, ché se è vero, sarebbe da farci un post) che il cane le dicesse Aspetta un attimo, no, che devo finir di leggere quel che ha scritto Bobi.

Dopo poco, poi, il cagnetto, smetteva di muoversi così come leggendo, la signora continuava, con una certa gentilezza devo dire (dopotutto era il suo cane), a cercare di tirarlo via, e il cagnetto, l’ho sentito dire Aspetta che lascio un commento.

Poi dopo ha alzato la zampetta e si è lasciato tirar via. Fino al prossimo angolo.

3.
Poi mi son venute in mente le Vie dei Canti del libro di Chatwin, questi canti aborigeni che sono insieme narrazione e mappa del territorio, poi mi è venuto in mente il cantare con l’olfatto, poi mi è venuto in mente lo scrivere con la pipì.

Poi m’è venuto in mente un fincipit che non mi ricordo da dove venga, ma c’era nel libro, e secondo me c’entra, e faceva così.
Ho scritto t’amo sulla sabbia. Pisciando.

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Avevo un amico

martedì 2 febbraio 2010

Avevo un Amico. Era un cane. Si chiamava Amico. Era un cane. Lui mi chiamava amico. Io lo chiamavo amico. Eravamo amici, io e Amico, il cane.

Da piccolo avevo paura dei cani. E’ per il fatto che una volta avevo aperto una porta di un giardino rinchiuso da mura credendo di trovarci una zia, e ci avevo trovato un cane. Un cane grandissimo. Un cane che appena avevo aperto la porta si era erto sulle gambe posteriori e mi aveva assalito, e quel cane, ritto sulle gambe posteriori, era ben più alto di me, di me da piccolo. Adesso, a pensarci, fa un po’ ridere. Quel cane era un Collie. Come Lassie. Cosa c’è di più mansueto, nell’immaginario popolare, di Lassie, dei Collie. Niente. Persino Rintintin, che è un pastore tedesco, appare più selvatico, più selvaggio, meno mansueto di Lassie. Mica facile, immaginarsi qualcosa di più mansueto di Lassie. Eppure quell’aprire quella porta, quell’aprire quella porta e ritrovarsi davanti un cane ritto sulle gambe posteriori; quell’aprire quella porta, quel trovarmi davanti a me quel cane gigantesco, così come mi era apparso allora, ritto sulle gambe posteriori, quel cane che abbaiava rabbioso, o così m’era sembrato, mi aveva sempre lasciato una gran paura dei cani.

Sempre avuto paura, io, dei cani. Anche quando i miei avevano pensato, per farmi del bene, di prenderne uno, di cane. O forse no, forse non ci avevano pensato, forse era semplicemente capitato. Il primo era stato Birba, credo lo avessimo trovato randagio in giro per il paese, e lo avessimo adottato. Poi c’era stato Pippo, che ce l’aveva dato il signor Pio, un signore del paese che aveva una cagna che aveva fatto i cagnetti, e poi c’era stata Nutella, la cagnetta nera che mi ha tenuto compagnia per tutta l’adolescenza. Tutti cani piccoli, bastardini. Bastardini, così come si chiamano i cagnetti di dubbi genitori di dubbia razza. Che parola cattiva, Bastardini. Birba era morta perché era scappata sotto la siepe, mi ricordo, ed era finita in strada, schiacciata sotto un camion. Pippo era morto di gastro-enterite, aveva detto il veterinario. Stava bene, poi un giorno non lo trovavamo più, era andato a nascondersi sotto la siepe, stava male, digrignava i denti se ci avvicinavamo, Pippo, in quei giorni che stava male. Poi era arrivato il veterinario e gli aveva fatto l’iniezione. Di quelle iniezioni che non stai bene dopo che te le hanno fatte. Di quelle iniezioni che dopo che te le hanno fatte ti spegni. Le usano anche in America, ho sentito.

Dopo c’era stata Nutella, e con Nutella ho passato tutta la mia adolescenza. Nutella, un giorno, a spasso con mia mamma, era stata aggredita da un pastore tedesco uscito improvvisamente da un cancello. Io ero a casa, mi aveva chiamato mia mamma, mi aveva detto vieni subito con una scatola, una coperta, mi hanno ucciso Nutella. Nutella non era morta, ma era stata azzannata al collo da quel pastore tedesco. Io ero andato in macchina, con la scatola, avevo preso Nutella ed ero corso subito a Cuneo dal veterinario, e mi ricordo, quei momenti, che tremavo tutto, andando su a Cuneo in macchina. e mi ricordo che, andando dal veterinario, in Corso Dante una macchina era uscita senza fare lo stop, e io avevo dovuto inchiodare, e la scatola con Nutella era caduta giù dal sedile, e se lo ricordo, mi fa male ancora adesso.

Poi c’era stato amico. Amico non era il mio cane. Non si chiamava neanche amico. Aveva un nome lungo, aveva due o tre nomi, patronimico e pedigree. Amico era un cagnetto che aveva il papà della mia ragazza di allora. Ci eravamo appena messi insieme. Lui era nato da quindici giorni, e non mangiava, stava male, era rachitico, lo avevano riempito di medicine, era tutto gonfio e non mangiava, gli si era aperta la schiena, esponendo la carne viva. Saranno stati undici anni fa. Bisognava stargli vicino tutto il tempo, e io e la mia ragazza di allora, gli stavamo tanto vicino, anche se sapevamo che non sarebbe durato. Si capisce subito, in quei casi lì, che non dura. Si sa, che a un certo punto bisogna chiamare il veterinario che gli fa l’iniezione, di quelle che fanno anche in America, e finisce lì. Poi s’era ripreso, amico, e aveva cominciato a mangiare, e aveva cominciato anche a giocare. Abitava nel garage, amico. Amico nel frattempo era diventato un dobermann di quaranta chili, grosso e nero, e io, di amico, non avevo paura, amico era un dobermann di quaranta chili, grosso e nero, un dobermann a cui potevo fare tutto quello che volevo. Era mio amico.

Amico è morto il mese scorso. L’ho saputo via sms. Non l’ho più visto da più di un anno e mezzo, perché, nel frattempo, con quella ragazza, dopo dieci anni, ci siamo lasciati, e io ci ho pensato tante volte, ad amico, ma non lo so, mi sembrava una cosa che non andava bene, andare a trovare il cane. Quando l’ho saputo, il mese scorso, via sms, mi è sembrato che fosse morto mio fratello.

Ora non ho più paura.

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Spostato da una parte

lunedì 1 febbraio 2010

C’era un libro rilegato, l’altra sera, in un circolo dove c’era un mio amico che metteva dei dischi, c’era questo libro rilegato, una raccolta di un settimanale musicale del 1966, si chiamava Giovan.
Era bellissimo da guardare, c’erano i Condors, i Ribelli, i Beatles, Gianni Morandi; c’era un cantautore che, diceva l’articolo, aveva rinunciato a una brillante carriera per fare il cantautore, ma io non l’avevo mai sentito, poverino.
C’erano le lettere dei lettori, dove si parlava di sesso e amore, c’era una lettera di una lettrice che diceva che aveva sentito che i capelloni volevano solo quello, diceva Spero che tu abbia capito, e il redattore rispondeva dicendo che le conveniva andare coi ragazzi coi capelli normali; c’era la rubrica fissa di Rita Pavone, che aveva come sottotitolo Rita Pavone ci racconta come ha trascorso la settimana, vendevano le magliette yé-yé, le collane yé-yé, faceva un effetto strano, come se i cervelli da allora a oggi si fossero spostati da una parte, noi guardavamo quella rivista con lo stesso spirito di quando guardiamo su youtube i filmati della televisione giapponese; ci sembrava, mi sembrava, come se i cervelli, a una certa distanza nello spazio e nel tempo, si spostassero da una parte, e che le cose che vedi che provengono da una certa distanza nello spazio e nel tempo ti appaiano spostate, e non si capisce se son loro che son spostate, o è il tuo cervello che si è spostato da una parte.

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