Avevo un Amico. Era un cane. Si chiamava Amico. Era un cane. Lui mi chiamava amico. Io lo chiamavo amico. Eravamo amici, io e Amico, il cane.
Da piccolo avevo paura dei cani. E’ per il fatto che una volta avevo aperto una porta di un giardino rinchiuso da mura credendo di trovarci una zia, e ci avevo trovato un cane. Un cane grandissimo. Un cane che appena avevo aperto la porta si era erto sulle gambe posteriori e mi aveva assalito, e quel cane, ritto sulle gambe posteriori, era ben più alto di me, di me da piccolo. Adesso, a pensarci, fa un po’ ridere. Quel cane era un Collie. Come Lassie. Cosa c’è di più mansueto, nell’immaginario popolare, di Lassie, dei Collie. Niente. Persino Rintintin, che è un pastore tedesco, appare più selvatico, più selvaggio, meno mansueto di Lassie. Mica facile, immaginarsi qualcosa di più mansueto di Lassie. Eppure quell’aprire quella porta, quell’aprire quella porta e ritrovarsi davanti un cane ritto sulle gambe posteriori; quell’aprire quella porta, quel trovarmi davanti a me quel cane gigantesco, così come mi era apparso allora, ritto sulle gambe posteriori, quel cane che abbaiava rabbioso, o così m’era sembrato, mi aveva sempre lasciato una gran paura dei cani.
Sempre avuto paura, io, dei cani. Anche quando i miei avevano pensato, per farmi del bene, di prenderne uno, di cane. O forse no, forse non ci avevano pensato, forse era semplicemente capitato. Il primo era stato Birba, credo lo avessimo trovato randagio in giro per il paese, e lo avessimo adottato. Poi c’era stato Pippo, che ce l’aveva dato il signor Pio, un signore del paese che aveva una cagna che aveva fatto i cagnetti, e poi c’era stata Nutella, la cagnetta nera che mi ha tenuto compagnia per tutta l’adolescenza. Tutti cani piccoli, bastardini. Bastardini, così come si chiamano i cagnetti di dubbi genitori di dubbia razza. Che parola cattiva, Bastardini. Birba era morta perché era scappata sotto la siepe, mi ricordo, ed era finita in strada, schiacciata sotto un camion. Pippo era morto di gastro-enterite, aveva detto il veterinario. Stava bene, poi un giorno non lo trovavamo più, era andato a nascondersi sotto la siepe, stava male, digrignava i denti se ci avvicinavamo, Pippo, in quei giorni che stava male. Poi era arrivato il veterinario e gli aveva fatto l’iniezione. Di quelle iniezioni che non stai bene dopo che te le hanno fatte. Di quelle iniezioni che dopo che te le hanno fatte ti spegni. Le usano anche in America, ho sentito.
Dopo c’era stata Nutella, e con Nutella ho passato tutta la mia adolescenza. Nutella, un giorno, a spasso con mia mamma, era stata aggredita da un pastore tedesco uscito improvvisamente da un cancello. Io ero a casa, mi aveva chiamato mia mamma, mi aveva detto vieni subito con una scatola, una coperta, mi hanno ucciso Nutella. Nutella non era morta, ma era stata azzannata al collo da quel pastore tedesco. Io ero andato in macchina, con la scatola, avevo preso Nutella ed ero corso subito a Cuneo dal veterinario, e mi ricordo, quei momenti, che tremavo tutto, andando su a Cuneo in macchina. e mi ricordo che, andando dal veterinario, in Corso Dante una macchina era uscita senza fare lo stop, e io avevo dovuto inchiodare, e la scatola con Nutella era caduta giù dal sedile, e se lo ricordo, mi fa male ancora adesso.
Poi c’era stato amico. Amico non era il mio cane. Non si chiamava neanche amico. Aveva un nome lungo, aveva due o tre nomi, patronimico e pedigree. Amico era un cagnetto che aveva il papà della mia ragazza di allora. Ci eravamo appena messi insieme. Lui era nato da quindici giorni, e non mangiava, stava male, era rachitico, lo avevano riempito di medicine, era tutto gonfio e non mangiava, gli si era aperta la schiena, esponendo la carne viva. Saranno stati undici anni fa. Bisognava stargli vicino tutto il tempo, e io e la mia ragazza di allora, gli stavamo tanto vicino, anche se sapevamo che non sarebbe durato. Si capisce subito, in quei casi lì, che non dura. Si sa, che a un certo punto bisogna chiamare il veterinario che gli fa l’iniezione, di quelle che fanno anche in America, e finisce lì. Poi s’era ripreso, amico, e aveva cominciato a mangiare, e aveva cominciato anche a giocare. Abitava nel garage, amico. Amico nel frattempo era diventato un dobermann di quaranta chili, grosso e nero, e io, di amico, non avevo paura, amico era un dobermann di quaranta chili, grosso e nero, un dobermann a cui potevo fare tutto quello che volevo. Era mio amico.
Amico è morto il mese scorso. L’ho saputo via sms. Non l’ho più visto da più di un anno e mezzo, perché, nel frattempo, con quella ragazza, dopo dieci anni, ci siamo lasciati, e io ci ho pensato tante volte, ad amico, ma non lo so, mi sembrava una cosa che non andava bene, andare a trovare il cane. Quando l’ho saputo, il mese scorso, via sms, mi è sembrato che fosse morto mio fratello.
Ora non ho più paura.