E comunque poi sull’aereo ero seduto davanti a un bambino che più che essere un bambino era una scimmia. Una scimmia imbottita di caffeina. Non che piangesse per la paura del volo, semplicemente urlava, e i genitori lo lasciavano urlare, tranquillamente, senza dargli né peso né attenzione, come se fossero stati gli unici passeggeri sull’aereo. E io purtroppo ero davanti a lui, e non potevo fare niente, perché se il bambino fosse stato vicino a me avrei saputo di certo come farlo smettere, avremmo giocato a guardare le nuvole, a riconoscerne i diversi tipi e le somiglianze con le cose del mondo, avremmo guardato giù, la terra, il mare, i campi e le navi, e poi gli avrei raccontato delle storie di aerei, come quella di quando avevo visto quell’aereo con il tettino tutto rotto, perché aveva volato troppo in alto e aveva strisciato contro il soffitto.