Si parla tanto di rivoluzione digitale del libro, e qualcuno, Gallizio in specifico, ha parlato di “scrittura nativa digitale”, che è una cosa che lui dice di non sapere bene cosa sia, e neanch’io, ma penso sia giusto porsi il problema di cosa diventa la scrittura quando l’iperconnessione diventa la normalità. Di molte cose si è parlato e molte persone sono intervenute: è stato molto interessante e io invito tutti a partecipare al Writecamp che si è tenuto ieri.
Io non sono intervenuto, ero un po’ storto, non stavo mica bene, avevo la voce bassa, avevo tanta sete, non mi reggevo in piedi e pensavo: devo aver mangiato qualcosa di salato ieri sera.

Però c’era una cosa o due che avrei dovuto dire, se avessi avuto la voglia di intervenire, e una, è che l’idea di Giulia Blasi, che, tra le altre cose, diceva che a lei piacerebbe far sentire al lettore la musica alla quale pensava o che stava ascoltando mentre scriveva, far sentire al lettore quella musica mentre il lettore legge quel pezzo, ecco, a me sembra una cosa completamente fuori dai fogli, fuori dai fogli non solo metaforicamente, per due motivi: uno, è che la lettura non impone il proprio ritmo al lettore, ogni lettore ha la sua velocità e il suo ritmo di lettura, e li impone al testo, mentre la musica fa il contrario, la musica ha un suo ritmo e una sua durata dalle quali non si può prescindere, e unire le due cose è secondo me un errore grossolano; due, e queste son cose che si son dette conversando con il buon Cratete, se l’autrice ha pensato a una musica mentre scriveva un pezzo al lettore può anche non interessare, se l’autrice ha scritto il pezzo ascoltando e pensando a My favorite things di John Coltrane, al lettore può far pensare a tutt’altro, e ci sarà un pezzo per lettore: ci sarà chi penserà a Mouth for war dei Pantera, chi a Don’t believe the hype dei Public Enemy, chi a Time after time di Cyndi Lauper, e ci sarà una maggioranza a cui non fregherà nulla, ed è giusto così, è giusto che la scrittura lasci trapelare e faccia immaginare, è giusto non dire tutto, è quello il bello della scrittura, è quello il bello della lettura.

Ma a parte questo, quel che volevo dire è un’altra cosa, è che la “scrittura nativa digitale” esiste, ed esiste da anni, e non è una scrittura multimediale (multimediale, che brutta parola, ricorda i cd-rom, ve li ricordate i cd-rom?), è una scrittura testuale, è una scrittura che rompe gli schemi del romanzo, rompe gli schemi del libro, e procede, rizomaticamente, per frammenti, progressioni e ramificazioni in una narrazione infinita. È una narrazione che si dà nel suo farsi, e ogni giorno diventa più grande, e ogni giorno diventa qualcosa di diverso, con aggiunte, collegamenti, ipertestualizzazioni, una narrazione in cui è possibile entrare in qualsiasi punto e percorrerla in tutte le direzioni: un testo senza contesto, un libro senza il libro. È una cosa che io chiamo E io che mi pensavo.

(sembra sborone ma non scherzo, l’ho già scritto nel 2005)

(scrittura nativa digitale? Ma certo. Se non fosse per internet, io non avrei mai cominciato a scrivere)