C’era una bambina seduta su uno di quei giochi un po’ da baraccone, uno di quelli in cui metti la monetina e loro si muovono, emettono luci e suoni, e la bambina lo cavalcava felice come fosse stata su un pony; la mamma, a pochi passi, guardava nel vuoto, con un espressione che non saprei dire, ma certo non felice, forse aveva dei pensieri, forse anche lei stava pensando che la sua bambina stava cavalcando un aeroplano, e neanche un aeroplano qualunque, ma una replica parodistica di un Lockheed F-117 Nighthawk, e magari se lo stava dicendo anche lei che il Lockheed F-117 Nighthawk è un aereo stealth, fatto per essere invisibile, e con tutte quelle luci e suoni, come si faceva, a essere invisibili, e forse il suo sguardo era uno sguardo perplesso, come il mio, che passavo di lì, e le guardavo, mamma e bambina, con il loro aereo militare, che avrebbe dovuto essere invisibile, ma con tutto quel casino, come si faceva.
Mentre passavo di lì, per puro caso (e infatti si vedrà che non ci sarà da urlare al destino o alla coincidenza, visto che quel che segue non c’entra un fico con l’aereo, la donna e la bambina, e si potrà quindi dire tranquillamente che il caso fa le cose a caso, proprio come sarebbe opportuno che facesse) stavo leggendo un libretto, l’Album fotografico di Giorgio Manganelli, in cui a un certo punto la figlia di Manganelli, Lietta Manganeli, dice che loro di famiglia non sono ebrei, però qualcosa c’è, non sono ebrei, però l’aspetto fisico la tradisce, una certa origine ebraica, e anche nella nonna, fervente cattolica, c’erano caratteristiche che svelavano certe radici; e poi, dice la Manganelli, che in famiglia c’è sempre stata quell’abitudine tipicamente ebraica di parlare con Dio come se fosse il cugino e di dirgli: vado un attimo di là, mi guardi l’arrosto?