E di punto in bianco il ciccione non c’era più. Era sparito. E a noi mancava. Lo chiamavamo il ciccione, così, senza pensarci. Ormai era il ciccione, e anche se qualche volta ci pareva che fosse un po’ un insulto, ormai era il ciccione, e non si può cambiar nome alla gente, alle cose, così, mettersi d’accordo tutti e cambiare una convenzione. Il ciccione era il ciccione, come il tavolo era il tavolo, e il telefono era il telefono. Per noi era sempre stato il ciccione. E adesso non c’era più. Noi ci guardavamo, ci chiedevamo l’un l’altro con gli occhi pieni di lacrime se fosse stata colpa nostra che il ciccione se ne era andato: non lo sapevamo, ma avevamo tutti un certo senso di colpa, Se solo, ci dicevamo, Se solo.
Incerti aveva detto che di sicuro il ciccione ora stava meglio dov’era, ma si vedeva che non credeva neanche lui a quel che diceva, si vedeva dai suoi occhi, si sentiva da come pronunciava le parole che anche lui, anche lui che cercava di risollevare il morale di tutti come aveva sempre fatto, si sentiva dentro che era tutta colpa nostra, e come ognuno di noi pensava che la colpa fosse tutta sua: ognuno di noi si attribuiva tutta la colpa della sparizione del ciccione, e tutte le colpe che ognuno si sentiva, sommate, ci pendevano addosso e ci schiacciavano.
A un tratto avevamo sentito un rumore, ci eravamo girati tutti verso la stretta apertura, ed era lui.
Michele! avevamo urlato di gioia, e ci eravamo alzati tutti, tutti addosso a lui, tutti addosso a Michele, ad abbracciarlo, Michele.