A volte mi succede che qualcuno mi voglia far giocare a carte. Io odio giocare a carte. Non perché perda, anzi, di solito non perdo, però penso che giocare a carte sia una delle attività più abiette che un essere umano possa fare, ancor più abietta che guardare un film. Io detesto il cinematografo, detesto stare lì a occhi fissi a guardare qualcosa con i tempi, con i ritmi che qualcun altro ha deciso, anche se poi, una volta che sono dentro alla storia, è difficile scuotermi dal mio totale assorbimento, dal mio totale asservimento alla narrazione, tanto che mi è difficile ritornare al livello della realtà e fare previsioni su quel che verrà raccontato (cfr. La fuga narrativa); tanto che mi è difficile de-sospendere l’incredulità e vedere il ridicolo, l’implausibile di ciò che mi viene raccontato finché la storia non è finita, a patto, naturalmente, che il film sia ben fatto e la storia sia ben raccontata. Ma giocare a carte, giocare a carte va ben al di là di questo, giocare a carte mi provoca un’ansia, un tremore che non capisco: sintomi di un malessere che non so da dove arrivi, malessere che è aggravato dalla consapevolezza dell’inutilità assoluta di quel che stai facendo, malessere che è aggravato dalla consapevolezza della totale abiezione del gioco delle carte, un gioco che non fa bene a nessuno, un gioco che porta solo odio per quei re, e quelle regine, e quei fanti assassini, per quei jolly, mostri notturni degni dei peggiori incubi, e per quelle carte da nulla, quei tre, quei cinque, quei sette di fiori.
Io lo giuro, se mi capita ancora in mano un quattro di quadri, io lo ammazzo.