Dei santi avanguardisti e iconoclasti
giovedì 4 novembre 2010
Dopo c’erano dei santi che si facevano ammazzare per esser oltre che santi anche martiri. Che poi non erano neanche santi, ma era tutto un millantare, che si sa che i santi sono tutti morti, e si fanno santi solo da morti, e non ci sono santi vivi, e non ci sono santi che definiscono se stessi come santi, altrimenti non sarebbero santi.
E c’eran dei santi che non volevano mica morire, dei santi che volevano ribellarsi a questa definizione convenzionale di santo che dev’essere morto, eran dei santi avanguardisti e iconoclasti, volevano che le convenzioni fossero rovesciate, e si definivano santi. Non solo erano vivi, e tutti sanno che un santo per esser santo dev’esser morto, ma tenevano anche dei comportamenti che alla luce della definizione di santo, anche alla luce di una definizione laica di santo, sarebbero stati tutto fuorché dei comportamenti da santi, ma loro dicevano che anche quelle eran convenzioni da debellare, convenzioni che ormai nel tempo in cui vivevano lasciavano il tempo che trovavano: ormai, dicevano loro, una parola è una parola, e se noi la astraiamo, vediamo che la parola non è altro che un insieme di lettere, di fonemi dicevan loro, di fonemi che pronunciati insieme davano un suono più lungo e diverso; dicevano basta con la dittatura delle parole, basta con l’associazione automatica delle parole, dei significanti dicevan loro, basta con l’associazione automatica delle parole a dei significati, e dei significati a delle cose del mondo, designatum dicevan loro, e così facendo si sedevano su delle mele, bevevano delle persiane, mangiavano termosifoni, e via così, tutto in spregio alle convenzioni.


